Quando Google sostituirà il 100% del tuo sito web

Technical, User Experience

27 Ago, 2019

Google ha sempre arricchito la sua pagina con nuovi risultati di ricerca, ma dal 2011, l’aggiunta di funzionalità sempre più avanzate, fa pensare che il famoso motore di ricerca stia cercando di catalizzare l’interesse del pubblico, trattenendolo come un prigioniero tra le proprie pagine.

La pagina dei risultati di ricerca di Google (chiamata anche SERP, Search Engine Research Page) è quella più visitata e utilizzata al mondo. E per una buona ragione: è il più delle volte la prima pagina visualizzata all’apertura del browser. Chi non ce l’ha impostata?

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Una vera e propria porta d’accesso al web: la prima pagina contiene gran parte delle innovazioni che Google ha apportato alle modalità di ricerca, ed è anche quella che genera, grazie alla pubblicità (Google Ads, Google Shopping, ecc.), la maggior parte del fatturato dell’azienda. 

Ma questa porta d’ingresso sembra chiudersi gradualmente, poiché l’utente ha sempre meno bisogno di visitare un sito web per scoprirne il contenuto, o addirittura per fare un acquisto. La fidelizzazione del pubblico sembra essere una strategia sempre più forte ed efficace, come avviene a tutti i livelli della navigazione web. 

Si apre così la prospettiva di una navigazione completamente guidata da Google, che renderebbe obsoleta la nozione stessa di sito web. Google riprende una logica web ermetica e vincolante: una logica introdotta, e in parte riuscita, per Facebook, all’epoca. Eppure, questa strategia viene attuata proprio con l’aiuto degli editor di contenuti, nonostante siano sempre più frenati dalle implementazioni del motore di ricerca e perdano visibilità. Perché Google è certo della propria strategia? Perché gli editor continueranno a creare contenuti ottimizzati pur di ottenere una maggiore visibilità, quindi a qualsiasi costo.

Dal 2011, Google ha gradualmente arricchito la sua pagina con nuovi risultati di ricerca, di seguito una lista quasi esaustiva:
– diverse tipologie di risultati (link aggiuntivi, Maps, immagini, video…)
– nuove funzionalità (calcolatrice, traduttore, bollettino meteorologico, quote di borsa, orari e proiezioni di film)
– nuovi contenuti (estratti arricchiti), che provengono da siti di terze parti e sono visualizzati direttamente sulle pagine dei risultati come le definizioni di Wikipedia, ricette, offerte di lavoro, ecc.

Oggi ci sono un centinaio di elementi che permettono a Google di fornire informazioni all’utente senza che questo debba andare oltre nella sua ricerca in termini di navigazione. E quasi tutti i settori e le tipologie di contenuto sono interessati: turismo, ristorazione, intrattenimento, trasporti, ricerca di lavoro, podcast, ecc. Da quest’anno, grazie alle “Azioni di Shopping”, l’utente può anche effettuare direttamente un acquisto, pagamento incluso!

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Per fare questo, Google si “nutre” del contenuto dei siti che indicizza. Ma comprendere e analizzare il contenuto di un sito non è facile per una macchina. Google offre quindi agli editor la possibilità di ottimizzare la propria visibilità attraverso dati strutturati, tagging per qualificare determinati contenuti, oppure di registrarsi per usufruire di servizi come: Google MyBusiness, Google News o Google Shopping, dove editor e utenti andranno direttamente a creare i contenuti necessari.

Se la necessità di qualificare il contenuto di un sito sembra essere un passo nella giusta direzione (una migliore comprensione dei contenuti da parte dei motori di ricerca fornisce risultati di ricerca più rilevanti), e che, per il momento, gli editor che fanno questo sforzo di ottimizzazione sono premiati con una maggiore visibilità e audience, lo sfruttamento dello stesso contenuto da parte di Google rappresenta una minaccia: quella di trasformare i siti web in semplici database senza alcun pubblico o identità propria. L’intera user experience si basa sui risultati del motore di ricerca (ricerca di informazioni, consultazione, prenotazione, acquisti, raccolta di opinioni…).

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Questa minaccia è tanto più importante per tutti gli editor di siti il cui modello di business si basa sulla pubblicità, poiché se il pubblico diventa zero, lo stesso vale per i ricavi pubblicitari.

Si potrebbe pensare che questa paura sia un po’ irrazionale, ma gli effetti sono già evidenti: negli USA, a metà del 2009, il 50% delle ricerche viene effettuato senza alcun click sulla pagina dei risultati, e questo tasso sale a quasi il 62% sui telefoni cellulari (fonte: Sparktoro).

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Google non si concentra solo sui contenuti, ma cerca anche di catturare altri aspetti del traffico web: con il pretesto di migliorare l’esperienza utente, focalizza la sua attenzione sulla velocità di caricamento delle pagine e offre agli editor strumenti per migliorare l’implementazione del proprio sito. Come il formato AMP, ad esempio, una versione html semplificata che consente di visualizzare rapidamente una pagina mobile. Questo formato non lascia quasi nessuna libertà in termini di design e personalizzazione, e se lo sviluppo è ben fatto e utilizzato dall’editore, la pagina nella versione AMP viene effettivamente memorizzata sui server di Google per essere distribuita più rapidamente sul dispositivo dell’utente.

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Google offre anche un servizio DNS (Domain Name Resolution Protocol), che è uno dei protocolli più importanti nella struttura del web. Con questi 2 elementi da soli, anche quando un utente clicca su un risultato di ricerca, il traffico rimane su Google e le interfacce mantengono il design di quest’ultimo. 

La nozione di identità scompare gradualmente dalla mente delle persone e tutto diventa facilmente intercambiabile, standardizzato.

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Questa realtà è tanto più palpabile nel crescente universo degli assistenti personali (Alexa, Siri, Cortana, Cortana, assistente di Google) e degli altoparlanti collegati attraverso la ricerca vocale, dove nessuna “navigazione” sul sito è a priori possibile, e dove l’assistente personale può anche agire al vostro posto.

Gli editor si trovano ora di fronte ad una scelta difficile: applicare le raccomandazioni di Google per ottenere visibilità, ma soprattutto per non perdere audience, sapendo che queste stesse raccomandazioni tendono a portare sempre meno traffico al loro sito e a cancellare l’identità visiva del marchio.

Ma val la pena rispettare tutte queste regole visto che Google apporta business all’azienda? La nostra risposta è sì, fino al giorno in cui, poiché queste regole non sono state rispettate (o incomprese), o semplicemente a causa di un bug o di un errore, un’intera azienda crollerà dall’oggi al domani e senza alcun possibile rimedio.

Non tutto è ovviamente bianco o nero. È chiaro che tutte le innovazioni di Google in questo settore sono potenti e di grande beneficio sia per gli utenti che per le imprese. Tuttavia, ricordiamoci che queste raccomandazioni non sono tutte uguali, perché possono costare più di quanto effettivamente valgono. È importante non dipendere completamente da Google e, quindi, assicurarsi di mantenere attive altre leve di acquisizione del pubblico come il netlinking, i social network, le newsletter, ecc. 

Google non dovrebbe avere in mano TUTTO ciò che riguarda la vostra impresa, in modo tale che lo stesso motore di ricerca possa averne bisogno tanto quanto l’impresa ha bisogno di Google. Evitate quindi che si sostituisca al vostro sito web, che è l’unico spazio reale sul quale avete il pieno controllo.

Migliorate il vostro sito e l’immagine del brand. Tenete presente che, d’ora in poi, essere al 1° posto su Google non sarà necessariamente il modo più efficace per aumentare il vostro pubblico.

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